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Recupero parcella: foro competente può essere quello in cui ha sede il proprio COA

Da Altalex

Cass. 5810 15

L’avvocato ha la facoltà processuale, ai fini del recupero in via monitoria dei suoi crediti per prestazioni professionali, di agire dinanzi al giudice del luogo in cui ha sede il Consiglio dell’ordine al cui albo è attualmente iscritto. A stabilirlo è la Corte di Cassazione che, con sentenza 23 marzo 2015, n. 5810, ha affrontato, la problematica delle procedure per il recupero delle competenze professionali, in particolare per la perdurante validità dell’art. 637, comma 3, c.p.c. dopo la disciplina di cui all’art. 14 del d.lg. n. 150 del 2011.

L’avvocato, in caso di inadempienza del cliente nel pagamento del suo compenso professionale, come qualsiasi altro creditore, per il recupero delle competenze professionali nei confronti del proprio cliente, può fare ricorso sia alla procedura di cui all’art. 633 c.p.c., sia al procedimento disciplinato dall’art. 14, D.Lgs. n. 150/2011, sia al procedimento ordinario di cognizione (Cass. 24 maggio 1968, n. 1597; Cass. 23 maggio 1967, n. 1131), e ciò in via alternativa e senza alcun obbligo di preferenza. Effettuata la scelta, però, non può più variare il corso ed il rito del processo, trattandosi di strumenti non fungibili tra di loro, in quanto ne differisce l’ambito di applicabilità, in relazione ai presupposti che li caratterizzano.

Per l’avvocato sono previsti, quindi, tre criteri di competenza (Corte cost. 11 giugno 1975, n. 137); infatti è possibile presentare ricorso:

  • in via generale al giudice che sarebbe competente a conoscere della domanda in via ordinaria (art. 637, comma 1, c.p.c.);
  • al capo dell’ufficio giudiziario che ha deciso la causa alla quale il credito si riferisce, indipendentemente dal valore della domanda (art. 637, comma 2, c.p.c.);
  • al giudice competente per valore del luogo ove ha sede il Consiglio dell’Ordine presso il quale è iscritto (art. 637, comma 3, c.p.c.).

La ratio di cui al comma 3 dell’art. 637 c.p.c. è quella di agevolare il professionista, che sarebbe invece costretto a seguire le cause relative al recupero dei crediti professionali in luogo diverso da quello in cui egli avesse attualmente stabilito l’organizzazione della propria attività professionale (Corte cost. 18 febbraio 2010, n. 50, in Riv. dir. proc., 2010, 1477 e nota di Russo; Corte cost. n. 137/1975, decisioni che hanno ribadito la legittimità della norma in relazione all’art. 3 Cost.).

In particolare la sentenza della Suprema Corte in commento, con riferimento alla perdurante validità del principio di cui alla massima affermata (ed in epigrafe riportata) afferma che “l’art. 14 del dlg. n. 150 del 2011 e l’art. 54 della legge delega n. 69 del 2009 non hanno abrogato né espressamente né tacitamente l’art. 633 cpc”. Inoltre, afferma la sentenza in commento, “neppure risulta essere stato abrogato l’art. 637, terzo comma, cpc, il quale prevede la competenza territoriale alternativa ad emettere il decreto ingiuntivo dal giudice del luogo in cui ha sede l’Ordine professionale a cui è iscritto l’avvocato”.

L’art. 637, terzo comma, cpc, ed il criterio di competenza dallo stesso stabilito (che radica poi anche la competenza sull’opposizione ex art. 645 cpc) non risulta espressamente abrogato, né può ritenersi lo sia stato per incompatibilità, ancor più alla luce dei principi e criteri direttivi della legge-delega, il cui art. 54, comma 4, lettera a), della l. n. 69/2009stabilisce, tra i principi e criteri direttivi che si imponevano al legislatore delegato, quello in virtù del quale “restano fermi i criteri di competenza”.

In ordine al giudice competente per valore del luogo ove ha sede il Consiglio dell’Ordinepresso il quale è iscritto (art. 637, comma 3, c.p.c.), già Cass. 20 luglio 2010, n. 17049, aveva affermato che in tema di procedimento di ingiunzione, l’art. 637, comma 3, c.p.c., nell’individuare un foro facoltativo e concorrente con quello di cui al primo e al secondo comma del medesimo articolo, attribuisce all’avvocato la facoltà processuale, ai fini del recupero in via monitoria dei suoi crediti per prestazioni professionali, di agire dinanzi al giudice del luogo in cui ha sede il Consiglio dell’Ordine al cui albo egli è iscritto, ed il Consiglio dell’Ordine, in relazione al quale si determina il giudice competente, va identificato in quello al quale il legale è iscritto “attualmente”, cioè con riferimento al momento della proposizione del ricorso, a nulla rilevando che, al tempo della richiesta in via stragiudiziale di pagamento della parcella, il medesimo avesse la sede principale dei suoi affari ed interessi in altro luogo e fosse iscritto ad altro Consiglio dell’Ordine. Del resto, la norma di cui all’art. 637, comma 3, c.p.c., nel consentire agli avvocati di formulare la richiesta di decreto ingiuntivo anche al giudice del luogo in cui ha sede il Consiglio dell’Ordine presso il quale sono iscritti, non contiene alcun riferimento alla scadenza della obbligazione o in generale ai criteri indicati dall’art. 20 c.p.c. e dall’art. 1182 c.c.

In ordine al rapporto tra il foro speciale alternativo di cui all’art. 637, comma 3, c.p.c. in favore degli avvocati, ed il foro esclusivo del consumatore di cui all’art. 33, comma 2, lett. u),d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206 (che qui non viene in rileivo), la Corte di Cassazione consentenza 9 giugno 2011, n. 12685, (ma già in precedenza, ord. Cass. 26 settembre 2008, n. 24257) ha affermato che allorché si versa in una fattispecie in cui, per la presenza sia dell’avvocato che del cliente-consumatore entrambe le norme sarebbero astrattamente applicabili ma necessariamente deve darsi la prevalenza all’una o all’altra, tale prevalenza va accordata alla norma in tema di foro del consumatore.

Occorre evidenziare che qualora l’avvocato opti per il rito monitorio, in base all’art. 636 c.p.c., la domanda deve essere accompagnata dalla parcella delle spese e corredata dal parere del competente Consiglio dell’Ordine (Cass. 21 agosto 1985, n. 4460).

L’acquisizione del parere dell’Ordine professionale è obbligatoria soltanto nel procedimento di ingiunzione, secondo quanto prescritto dall’art. 636, comma 1, c.p.c., (Cass. 5.1.2011 n. 236) quando l’ammontare del relativo credito non sia determinato in base a tariffe fisse; al di fuori del predetto ambito, la necessità del parere non è in funzione del procedimento giudiziale adottato, ma la necessità del parere è dettata dalla tipologia del corrispettivo, nel senso che è indispensabile soltanto se esso non possa essere determinato in base a tariffe, ovvero queste, pur esistendo non siano vincolanti (Cass. 5 gennaio 2011, n. 236).

 

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Avvocati: sì a compenso anche senza formale procura alle liti

Da Altalex

Cass. 2321 15

Secondo la sentenza n. 2321/2015 della Suprema Corte, la mancanza della procura alle liti in capo all’avvocato non rileva ai fini del diritto al compenso, in quanto, per la differente funzione svolta dalla procura alle liti e dal mandato professionale, ciò che rileva è lo svolgimento di una determinata attività processuale da parte del professionista.

In ordine al soggetto obbligato al pagamento delle competenze professionali, si evidenzia come nelcontratto d’opera professionale l’obbligo di pagamento delle competenze professionali grava in linea di principio sul soggetto che ha conferito il relativo incarico (e cioè il cliente), generalmente coincidente con quello direttamente interessato alla prestazione (Cass. 26 aprile 2004, n. 7926); e ciò in quanto non sempre il cliente del professionista coincide con quello del soggetto direttamente titolare dell’interesse che l’avvocato deve tutelare.

Obbligato a corrispondere il compenso professionale al difensore è, quindi, il cliente, e cioè colui il quale, anche se la procura sia da altri conferita, ha affidato al professionista il patrocinio legale chiedendogli la prestazione della sua opera (Cass. 22 gennaio 1994, n. 626; Cass. 6 dicembre 1988, n. 6631).

Il rapporto di clientela, pur non identificandosi con il rilascio della procura ad litem (Cass. 27 dicembre 2004, n. 24010), presuppone, comunque l’affidamento di un incarico da parte di un soggetto, anche se estraneo al rapporto procuratorio vero e proprio.

Al fine di individuare il soggetto obbligato a corrispondere il compenso professionale al difensore, occorre quindi distinguere tra rapporto endoprocessuale nascente dal rilascio della procura ad litem e rapporto che si instaura tra il professionista incaricato ed il soggetto che ha conferito l’incarico (sulla distinzione fra mandato professionale e procura alle liti, Cass. 16 giugno 2006, n. 3963), il quale può essere anche diverso da colui che ha rilasciato la procura; in tale caso, chi agisce per il conseguimento del compenso ha l’onere di provare il conferimento dell’incarico da parte del terzo, dovendosi, in difetto, presumere che il cliente sia colui che ha rilasciato la procura (Cass. 27 dicembre 2004, n. 24010).

Occorre, infatti, distinguere tra contratto di mandato professionale – che ben può essere concluso informalmente, per via telefonica, ed essere altrettanto informalmente accettato mediante esecuzione (Cass. 2 dicembre 2011, n. 25816) – e procura alle liti, idonea a conferire al difensore la rappresentanza processuale della parte nel giudizio: procura che costituisce atto formale, per la cui validità è richiesto l’atto pubblico o la scrittura privata autenticata (art. 83 c.p.c.), che non necessita di accettazione, trattandosi di atto unilaterale, e che è destinato non tanto al procuratore, quanto ai terzi nei confronti dei quali questi debba giustificare i propri poteri (Cass. 23 giugno 2011, n. 13896).

In ordine alla forma del mandato professionale, si è affermato (Cass. 25 febbraio 2011, n. 4705) che il mandato professionale per l’espletamento di attività professionale stragiudiziale non deve essere provata necessariamente con la forma scritta, ad substantiam ovvero ad probationem, potendo essere conferito in qualsiasi forma idonea a manifestare il consenso delle parti, e potendo il giudice ammettere l’interessato a provare anche con testimoni, sia il contratto che il suo contenuto (Cass. 25 febbraio 2011, n. 4705).

Nel contratto d’opera intellettuale, quindi, indipendentemente dalla provenienza della procura alle liti, la qualità di cliente (e quindi di soggetto obbligato al pagamento del compenso) spetta a colui che ha richiesto all’avvocato il compimento dell’attività professionale (Cass. 27 luglio 1987, n. 6494). Obbligato al pagamento delle competenze professionali è esclusivamente il committente, mentre a carico del terzo, beneficiario della prestazione, non sorge alcun obbligo nei confronti del professionista.

La Corte di Cassazione con la ordinanza 6 febbraio 2015, n. 2321, ha affrontato le conseguenze, sul compenso dell’avvocato, di una procura alle liti non ritualmente rilasciata ex art. 83 c.p.c., pervenendo alla affermazione del principio di cui alla massima, ritenendoirrilevante la eventuale violazione della ritualità di cui all’art. 83 c.p.c. sul diritto al compenso dell’avvocato.

In particolare la decisione in commento, a conforto del principio affermato, evidenzia la differente funzione svolta dalla procura (atto ad efficacia esterna, idoneo a giustificare, nei confronti dei terzi, la difesa, ad opera del professionista, in favore del cliente e, nei confronti di quest’ultimo, l’assunzione di iniziative processuali destinate a incidere nella sua sfera giuridica) e dal mandato professionale (atto a rilevanza interna, necessario per la riferibilità degli effetti della attività professionale svolta della quale si chiede il pagamento); il rigore formale che presidia il conferimento della procura e la sua stessa esistenza sono funzionali al primo dei due aspetti ma non toccano il secondo che dipende solo dal riscontrato esercizio di una valida difesa in favore del cliente stesso. Del resto la ritualità della procura, nella fattispecie esaminata non ha formato oggetto di eccezione da parte dell’avversario nel processo ove si svolse l’incarico, avversario che è l’unico interessato al rispetto delle formalità di conferimento della procura.

Contra, al principio di cui alla riportata decisione, anche se per fattispecie particolare, Cass. 3 dicembre 2008, n. 28718, in cui si afferma che va esclusa l’applicazione della tariffa professionale forense (ora abrogata e sostituita dai parametri) nei minimi inderogabili (ora abrogati) per prestazioni giudiziali ad avvocato che aveva svolto attività di consulenza e gestione dell’ufficio legale di un comune, senza che fosse al medesimo stata mai conferita una procura per la rappresentanza e difesa in giudizio dello stesso comune.

Fattispecie diversa è lo sconfinamento dell’attività professionale e cioè della prestazione professionale svolta da avvocato non iscritto all’albo professionale. Infatti, quando la prestazione professionale è eseguita da avvocato non iscritto all’albo professionale, non si può proporre azione per il pagamento del compenso ex art. 2231 c.c. e per il rimborso spese (Cass. 7 luglio 1971, n. 2526). Pertanto, nel caso di esercizio della professione forense in difetto dell’iscrizione all’albo professionale al momento in cui il contratto d’opera professionale è stato stipulato e sono state poste in essere le relative attività professionali, il professionista non ha diritto al compenso (Cass. 19 febbraio 2007, n. 3740).

 

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il testo del decreto legge sulla cd. “degiurisdizionalizzazione”

logo repubblica italianaPubblichiamo di seguito link al sito della gazzetta ufficiale del 12.09.2014 ove è indicato il testo del D.L. n.132 sulla cd. degiurisdizionalizzazione

http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2014-09-12&atto.codiceRedazionale=14G00147&elenco30giorni=false

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Consulta e Legge Pinto

juris1Il diritto all’equa riparazione per l’irragionevole durata del processo spetta anche alla parte soccombente

La Legge Pinto, nel testo riformato dal decreto Crescitalia (art. 2-bis, comma 3, L. n. 89 del 2001), deve essere interpretata escludendo che essa comporti l’impossibilità di liquidare un indennizzo in favore della parte risultata soccombente nel processo presupposto. (Corte Cost., 9 maggio 2014, n. 124